Disturbo ossessivo-compulsivo

Si può parlare di personalità ossessivo-compulsiva quando un individuo presenta una forte preponderanza psicologica di azione e di pensiero piuttosto che di aspetti come il sentimento, l'intuizione, la sensibilità, il gioco e altri aspetti con caratteristiche meno strumentali e razionali. Sono dunque persone che tendono a razionalizzare e ad agire piuttosto che dar spazio a ciò che sentono e provano. Un esempio delle varianti della personalità ossessivo-compulsiva può essere costituito dalle persone che dipendono dal lavoro e le cosiddette personalità di tipo A. Tra le persone che svolgono un lavoro prettamente intellettuale, come i filosofi, si possono trovare caratteristiche ossessive per il piacere che traggono dall'attività mentale, ma assolutamente non compulsive, perché non mettono in pratica le loro idee e/o non hanno intenzione di farlo. Al contrario, persone che si dedicano a lavori manuali o ai calcoli possono essere non ossessive in quanto presentano una scarsa elaborazione cognitiva, ma hanno caratteristiche compulsive in quanto tendono a fare e a portare a termine i loro lavori. Tutte le persone possono avere ossessioni sotto forma di pensieri persistenti e involontari, o compulsioni sotto forma di atti persistenti e involontari, senza avere un carattere ossessivo e compulsivo. Le persone con un alto funzionamento (affidabili, minuziose, coscienziose, con alti valori etici e morali) possono rendere molto bene in campo lavorativo. Sono state definite anche "macchine viventi". Sono valide nei luoghi pubblici e formali ma spesso inadeguate dal lato intimo e privato. L'altro estremo può essere invece la psicosi (per esempio abbuffate compulsive, comportamenti etero e autodistruttivi). Sono persone che tendono ad utilizzare il pensiero e l'azione per ottenere sicurezza emotiva. Utilizzano isolamento, annullamento e formazione reattiva. È presente l'intellettualizzazione. Le storie familiari di questi soggetti sono caratterizzate da un eccesso o da una mancanza di controllo.

Ossessioni e compulsioni

Le ossessioni sono definite come: idee, pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti che si intromettono nella coscienza causando ansia e disagio, non riflettendo semplicemente un'eccessiva preoccupazione. L'individuo cerca di sopprimere e allontanare queste idee, pensieri, impulsi o immagini o di neutralizzarli con azioni o altri pensieri. Inoltre c'è la consapevolezza che le ossessioni sono prodotte dalla propria mente e non imposte dall'esterno.
Le compulsioni sono definite come: comportamenti (come lavarsi le mani, controllare la chiusura del gas o della porta di casa), o azioni mentali (come contare, pregare, ripetere alcune parole) che vengono ripetuti intenzionalmente al fine di rispondere ad un'ossessione o a delle regole da applicare rigidamente, con l'obiettivo di prevenire o ridurre il disagio, o di prevenire situazioni o eventi temuti. Non esiste un legame realistico tra i comportamenti e ciò che si intende prevenire e neutralizzare, oppure questi comportamenti sono eccessivi per lo scopo.
Sia le ossessioni che le compulsioni sono causa di un marcato disagio, e comportano un dispendio di tempo (più di un'ora al giorno) o interferiscono in modo significativo con le abituali attività lavorative, scolastiche, sociali.

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Diffusione, decorso e trattamenti

Diffusione e decorso
Le indagini sulla prevalenza del disturbo ossessivo compulsivo sono concordi nel descrivere una percentuale tra l'1,5 e 1,6 per cento di prevalenza nell'arco di 6 mesi e tra il 2,2 e il 3,0 per cento nel corso della vita. Il disturbo ha caratteristiche di cronicità.

I livelli di comorbilità sono piuttosto elevati. Circa il 46,5 per cento dei soggetti con disturbo ossessivo compulsivo presenta una diagnosi di disturbo fobico, il 31,7 per cento una diagnosi di disturbo depressivo maggiore e il 24,1 per cento da abuso di sostanze (in genere di alcool).

Il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo dall'andamento cronico e con un esordio precoce. Diversi studi hanno analizzato le età d'esordio e, con un buon livello di concordanza, hanno rilevato che circa i tre quarti dei pazienti aveva avuto un esordio precedente ai trent'anni. Un'indagine recente ha valutato dopo ben 45 anni dalla prima diagnosi un folto numero di pazienti. Di questi solo il 20 per cento poteva considerarsi completamente guarito, mentre i due terzi continuavano a presentare sintomi a livelli lievi o più gravi e il 10 per cento era peggiorato. Un decorso più sfavorevole sembra riguardare i soggetti con rituali compulsivi e ossessioni "magiche".

Trattamenti
Nonostante il disturbo ossessivo compulsivo sia un disturbo piuttosto frequente, raramente le persone affette fanno richieste di cura. Infatti, solo il 34 per cento circa chiede un aiuto, con delle differenze tra i tipi di sintomi presentati. La richiesta di trattamento è molto più frequente nei soggetti che presentano pensieri ossessivi spiacevoli o violenti e molto meno nei soggetti con compulsioni. È un dato clinico frequente che queste persone chiedano un aiuto terapeutico "dopo aver toccato il fondo". È molto più probabile che una persona smetta di fumare o di bere dopo essere stata male o addirittura dopo un ricovero. Queste persone andrebbero trattate con gentilezza in quanto si tratta di pazienti non facili, mentre spesso vengono vissute dagli altri come irritanti e trattate di conseguenza. Sarebbe bene, invece, evitare di criticarle, di dar loro consigli o sollecitazioni sui loro meccanismi di difesa.

Visto che si ritiene che queste persone abbiano avuto esperienze di accudimento controllante, è necessario evitare che il terapeuta assuma le veci che hanno una volta avuto i genitori. Questo può avvenire solo nei pazienti che non presentano compulsioni pericolose come quelle autodistruttive. Anche in questo caso occorre fare una valutazione: nel caso in cui le compulsioni del paziente non mettano in pericolo la sua vita (come nel caso di relazioni sessuali compulsive) sarà possibile aspettare che sia il paziente, nel corso del tempo, a non utilizzare più la razionalizzazione dell'uso difensivo della sessualità. Questo favorirà un clima di sincerità e di onestà, laddove gli obblighi possono avere l'effetto secondario che il paziente nasconda ciò che ha difficoltà a controllare. In altri casi, quando cioè le compulsioni mettono in pericolo la vita del paziente (come la tossicodipendenza o l'anoressia), si potrà patteggiare col paziente l'inizio della terapia con la condizione che intraprenda un programma di recupero o che riacquisti un peso minimo. Queste condizioni saranno utili per evitare che il paziente possa pensare che la terapia abbia delle proprietà "magiche" di guarigione e non debba implicare una parte di autocontrollo.

È importante cercare di introdurre nel lavoro una dimensione più affettiva e meno intellettualizzante. Cercare di aiutare i pazienti ad esprimere rabbia e critiche, nonché ad esprimere ciò per cui provano vergogna (rabbia sotto forma di indignazione e vergogna sono gli unici sentimenti che sembrano provare). Questi pazienti sono vessati dai sensi di colpa e dall'autocritica ed è importante che venga fatta luce su questi aspetti. Uno degli obiettivi potrebbe essere quello di raggiungere l'onestà emotiva.

Per quanto riguarda gli approcci comportamentali e cognitivo- comportamentali, le tecniche maggiormente utilizzate sono l'esposizione e la prevenzione della risposta. Gli antidepressivi non serotoninergici sembra non siano efficaci con questi pazienti, mentre, la clomipramina rappresenta un trattamento efficace. Il confronto a lungo termine fra i trattamenti d'esposizione e i farmaci vede risultati superiori nei primi. Si è, infatti, notato che l'interruzione della somministrazione dei farmaci può portare a ricadute. Alcuni studi indicano che un trattamento comportamentale aumenti i benefici della clomipramina. I training di rilassamento e di gestione dell'ansia non hanno ottenuto buoni risultati. Tra i sintomi che rispondono meglio al trattamento del disturbo ossessivo compulsivo annoveriamo i sintomi di compulsione e controllo, mentre altri sintomi come le ruminazioni rispondono meno bene. Un dato importante riguarda la differenza di efficacia dell'esposizione dipendente dalla sua durata. Risultano, infatti, molto più efficaci le sedute giornaliere di un'ora e mezzo rispetto ai programmi settimanali.

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