Schizofrenia

Alla fine dell'Ottocento, sotto il nome di dementia praecox, veniva classificato tutto un insieme di quadri clinici con delle caratteristiche comuni. Infatti, queste forme di demenza avevano un'età d'insorgenza precoce (intorno ai 20 anni) e i soggetti colpiti andavano incontro ad un progressivo ed irreversibile deterioramento delle facoltà mentali. La dementia praecox si distingueva sia dalle demenze organiche che avevano un'età d'insorgenza tra i 50 e i 60 anni, sia dalle forme che dopo episodi acuti avevano un decorso meno drammatico. Successivamente nel 1911 uno studioso di nome Bleuler fu il primo ad utilizzare il termine schizofrenia, volendo enfatizzare il tratto tipico di questa malattia: la dissociazione delle differenti funzioni psichiche.

Sintomi e diagnosi

Alla fine dell'Ottocento, sotto il nome di dementia praecox, veniva classificato tutto un insieme di quadri clinici con delle caratteristiche comuni. Infatti, queste forme di demenza avevano un'età d'insorgenza precoce (intorno ai 20 anni) e i soggetti colpiti andavano incontro ad un progressivo ed irreversibile deterioramento delle facoltà mentali. La dementia praecox si distingueva sia dalle demenze organiche che avevano un'età d'insorgenza tra i 50 e i 60 anni, sia dalle forme che dopo episodi acuti avevano un decorso meno drammatico. Successivamente nel 1911 uno studioso di nome Bleuler fu il primo ad utilizzare il termine schizofrenia, volendo enfatizzare il tratto tipico di questa malattia: la dissociazione delle differenti funzioni psichiche. Nel 1913 Jaspers nel "Trattato di psicopatologia generale" parlò di due tipi di sintomi: i sintomi comprensibili e i sintomi incomprensibili. I primi, considerati di origine psicogena trovano una spiegazione nella storia di vita del paziente, mentre i secondi di natura processuale, sono attribuibili a sconosciuti meccanismi biologici. (Jaspers descriveva, infatti, il processo come uno sconosciuto meccanismo biologico capace di alterare il senso e la continuità dello sviluppo).

Numerosi psicoanalisti sottolinearono la rilevanza dei rapporti interpersonali, mentre i teorici sistemico relazionali spostarono l'attenzione dal paziente alla famiglia. Infine è fondamentale considerare il punto di vista biologico. Per molti anni si cercò la presenza di un agente infettivo responsabile della malattia. L'agente non fu trovato, ma i progressi, fatti in questa direzione, furono comunque molto significativi. A favore di questa ipotesi c'è l'efficacia degli psicofarmaci, e la scoperta di una relazione tra la schizofrenia e alcuni neurotrasmettitori come la dopamina. Non esistono certezze sulle cause della schizofrenia anche perché osservando i pazienti si osservano tante diverse schizofrenie che forse hanno origini diverse.

Sintomi
Esistono vari modi di classificare la sintomatologia schizofrenica. Spesso si sente parlare di sintomi positivi o acuti, caratterizzati da deliri e allucinazioni, e negativi o residui con ritiro sociale, appiattimento affettivo, anedonia (incapacità a provare piacere).

Ci sono poi altre due classificazioni. La prima distingue tra:

  • sintomi di primo ordine: allucinazioni uditive (voci che dialogano, che sottolineano il comportamento del soggetto, eco del pensiero), furto e influenzamento del pensiero (i pazienti sono convinti che i loro pensieri siano noti a tutti, siano influenzabili e derubabili), influenzamento somatico (il paziente sente che il suo corpo è guidato da qualcosa, contro la sua volontà), percezione delirante (la percezione è normale, ma le viene attribuito un significato bizzarro)
  • sintomi di secondo ordine: allucinazioni varie, non uditive (ad esempio visive o olfattive), intuizione delirante (è un'idea che si presenta come un'illuminazione e che diventa certezza), impoverimento affettivo (il paziente non prova né mostra affetto per gli altri), perplessità (stato di confusione).


Diagnosi
Per effettuare una diagnosi di schizofrenia è necessario che siano presenti, per almeno 6 mesi di seguito, sintomi come:
  • deliri
  • allucinazioni
  • eloquio disorganizzato
  • comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico
  • sintomi negativi: appiattimento dell'affettività, alogia, abulia.

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Diffusione e trattamento

Diffusione e decorso: è stato stimato che l'incidenza annuale sia di 11 ogni 100.000 mentre la prevalenza nel corso della vita sarebbe di 340 ogni 100.000 individui. L'età d'esordio si situa tra i 18 ei 28 anni circa.

Il disturbo ha in genere un decorso cronico, tuttavia, in alcuni pazienti è possibile che dopo uno o due episodi acuti possa esserci una remissione. È stato evidenziato che tanto più l'episodio ha insorgenza acuta e successiva a qualche evento occasionale, quanto maggiori sono le probabilità che sia di breve durata e possa recedere in modo definitivo. Al contrario, i pazienti più a rischio di cronicità sono coloro i quali hanno vissuto un inizio insidioso della malattia e hanno presentato più episodi di lunga durata.

Trattamenti: la maggior parte delle volte il trattamento della schizofrenia necessita di un intervento multidisciplinare. La frequente cronicità del disturbo richiede la presenza di una struttura pubblica o privata che prenda in carico il paziente e che possa prevedere, in alcuni casi, il ricovero. Il ricovero è, in genere, breve e successivamente sono le strutture territoriali (i centri diurni, i servizi di riabilitazione ecc.) a prendersi cura del paziente.

I farmaci neurolettici permettono di trattare efficacemente i sintomi della schizofrenia in circa il 50-75 per cento dei casi. Nella terapia psicofarmacologica della schizofrenia possono essere distinte due situazioni: la fase acuta e quella di mantenimento. Uno dei problemi principali è la collaborazione del paziente, che è spesso può essere difficile da ottenere. A tal fine sono stati studiati dei farmaci che possono essere presi una volta al giorno, ma anche a intervalli più lunghi. La collaborazione della famiglia e il sostegno della struttura che prende in carico il paziente sono fondamentali. A tal proposito, nella valutazione dell'efficacia degli interventi, è stato rilevato come interventi sulla famiglia siano di grande aiuto e permettano di ridurre il numero delle ricadute. Questi interventi sono finalizzati al rafforzamento della struttura familiare e incoraggiano le interazioni sociali positive. Ugualmente utile al fine della riduzione delle ricadute è risultato essere lo stretto contatto con l'equipe terapeutica. Gli antipsicotici di prima generazione si sono dimostrati più utili nel trattamento dei sintomi positivi, mentre risultavano meno efficaci per i sintomi negativi.

Risultati migliori sono stati ottenuti con i cosiddetti antipsicotici atipici sia per quanto riguarda una loro efficacia sui sintomi negativi che una generale migliore tollerabilità da parte dei pazienti. È importante che i pazienti ricevano una terapia riabilitativa. Sembra che essi possano trarre giovamento da trattamenti che mirano ad innalzare le loro competenze sociali, in modo da favorire l'inserimento, a migliorare la loro capacità di risolvere i problemi della vita quotidiana (come la cura personale e della casa) nonché da tecniche di gestione dello stress. Tutti questi elementi contribuiscono ad innalzare il livello di autostima di questi pazienti.

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