Lo stress

Il termine stress è ormai divenuto di uso comune. È raro trovare qualcuno che non si definisca o non si sia mai definito "stressato". Effettivamente lo stress sembra colpire un po' tutti, anche i bambini. Gli eventi della vita quotidiana possono essere considerati più o meno stressanti a seconda dello stato emotivo dell'individuo (come andare a scuola, a lavoro, fare la spesa), ma anche dell'entità reale del fatto (come un lutto, una malattia o una separazione). Lo stress, però, non viene vissuto solo come evento spiacevole, ma accade che si ripercuota, a livello "tangibile", nel corpo attraverso disturbi o malattie. Lo stress viene definito in vari modi. Una delle definizioni introduce il concetto di "reazione di allarme" e considera lo stress in termini di stimolazione, sostenendo l'esistenza di un "livello critico", ovvero la soglia massima che i meccanismi di compensazione fisiologici possono sopportare. Lo stress, all'interno di una teoria generale e unitaria dello sviluppo della malattia, viene visto come "la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso": ovvero, in seguito ad una varietà estremamente ampia di stimolazioni che possono turbare l'equilibrio interno dell'organismo. Ma cosa può provocare lo stress? E come ci possiamo curare e difendere? Il presente dossier cercherà di dare una risposta a queste e ad altre domande sull'argomento.

Come nasce lo stress

Lo stress viene definito in vari modi. Nella lingua inglese ha il significato di "pressione, tensione o sforzo", ma nella letteratura psicologico-psichiatrica e medico-biologica è stato utilizzato con numerose accezioni differenti. Una è quella che si riferisce allo stress come ad uno stimolo nocivo interno o esterno, fisico, sociale o intrapsichico, che esercita un'influenza intensa e prolungata nel tempo: si tratta di una definizione che non tiene conto della risposta dell'organismo. Una seconda concezione dello stress associa ad un certo tipo di stimolazione tutte le reazioni fisiologiche e psicologiche tese a contrastare il turbamento dello stato di omeostasi, connotando lo stress principalmente come una situazione potenzialmente patogena. Una terza accezione vede lo stress come l'insieme di diversi stimoli, biologici e psicosociali, e della complessa risposta fisiologica e psicologica che ad essi si accompagna, e sposta quindi l'interesse sulle reazioni dell'organismo, tanto difensive quanto patogene.

Un'altra definizione di stress introduce il concetto di "reazione di allarme", e considera lo stress in termini di stimolazione, sostenendo l'esistenza di un "livello critico", ovvero la soglia massima che i meccanismi di compensazione fisiologici possono sopportare. Lo stress, all'interno di una teoria generale e unitaria dello sviluppo della malattia, viene visto come "la risposta non specifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso": ovvero, in seguito ad una varietà estremamente ampia di stimolazioni che possono turbare l'equilibrio interno dell'organismo.

Proprio l'importanza attribuita alle emozioni ha indotto alcuni autori a focalizzare la propria attenzione sul concetto di "stress psicologico", concentrandosi in particolar modo sul peso della valutazione cognitiva dello stimolo: in pratica, secondo questa impostazione, affinché si verifichi una reazione da stress è necessario che uno stimolo venga classificato "rilevante".


Tipi di stress
La durata dell'evento stressante permette di definire ulteriormente lo stress in due categorie:
  • stress acuto: si verifica una volta sola e in un lasso di tempo limitato
  • stress cronico: quando lo stimolo è reiterato o di lunga durata.

La quantità di eventi stressanti può essere considerata un ottimo indice predittivo dello stato di salute o dell'insorgenza di problemi psicologici.
Per quanto riguarda gli stress "cronici", essi si possono ulteriormente distinguere in:
 

  • intermittenti, che si presentano ad intervalli regolari, con una durata limitata, e sono quindi più o meno prevedibili
  • cronici propriamente detti: situazioni di lunga durata che investono l'esistenza di una persona (per esempio lo status socio-economico o la vita coniugale) e che diventano stressanti nel momento in cui rappresentano un ostacolo costante al perseguimento dei propri obiettivi.


Gli stressor
Gli agenti stressanti o stressor sono di varia natura, variano da piacevoli a spiacevoli dai più concreti ai più astratti. Tra questi possiamo citare un matrimonio, un pensionamento, un trasferimento, un lutto, una malattia, il caldo, il freddo, uno sforzo fisico o intellettuale. Per quel che riguarda gli eventi di vita che possono essere fonti di stress cronico, sono stati condotti numerosi studi prendendo in esame condizioni quali il divorzio/separazione, il prendersi cura di parenti con malattie croniche, il vivere in zone dove si era verificata una calamità o i viaggi spaziali.
Per esempio, dati epidemiologici dimostrano che le persone separate e divorziate sono a rischio di patologie fisiche e mentali più dei singles, dei coniugati e dei vedovi, in quanto si trovano in una condizione che richiede un lungo periodo per il riadattamento .

Lo stress e l'individuo
Ogni persona, nella sua individualità, darà un peso soggettivo agli eventi e agli stimoli interni ed esterni. Possono essere individuate tre fasi nella risposta di adattamento o GAS (sindrome generale di adattamento):
  • fase di allarme: sono presenti modificazioni biochimiche
  • fase di resistenza, nella quale avviene un'organizzazione funzionale in senso difensivo
  • fase di esaurimento, caratterizzata dal collassamento delle difese e l'impossibilità di adattarsi ulteriormente.

Questa successione è una sorta di "bilanciamento" tra una condizione in cui l'organismo recupera le energie e cerca di ristabilire un equilibrio (omeostasi) ed una in cui l'organismo ha un dispendio energetico.

L'omeostasi
Con il termine omeostasi ci si riferisce ai processi di regolazione che hanno lo scopo di mantenere le diverse funzioni dell'organismo in una condizione di equilibrio: ovvero, di conservare certi valori (per esempio, la temperatura corporea) all'interno di limiti ben precisi. Quando si verifica un evento, anche minimo, che modifica determinati parametri fisiologici, entrano in azione proprio questi meccanismi di compensazione, il cui scopo è riportare i valori all'interno dei livelli prestabiliti. A questo proposito, va sottolineato però che l'organismo vivente è un "sistema aperto": ovvero, esso è in comunicazione costante con l'ambiente nel quale è inserito, e con il quale si instaura un'influenza reciproca. Ciò significa che, se il rapporto con l'ambiente si modifica, anche le necessità dell'organismo cambiano, e questo comporta l'introduzione di nuovi "obiettivi" a cui tendere, perciò anche di nuovi piani per raggiungerli. I parametri fisiologici "ottimali" possono quindi cambiare. Quindi l'organismo reagisce ad ogni stimolo ricevuto in maniera adattiva e flessibile, ed è pronto anche a "modificare se stesso" in vista di uno scopo: si tratta di una modalità di funzionamento di importanza vitale.

Lo stress viene visto come una reazione adattativa e fisiologica ad un'enorme varietà di stimoli, e non soltanto a quelli dannosi per l'organismo: esso perciò non è più considerato come una condizione patogena, ma come una reazione di importanza vitale, che può essere nociva solo se la stimolazione è di intensità molto forte e si protrae particolarmente a lungo.

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I disturbi dello stress

Tra i disturbi più frequentemente legati allo stress ci sono: la cefalea (il comune mal di testa), i disturbi dermatologici, come l'orticaria (quando non è provocata di stimoli fisici, come sostanze alimentari, sembra essere un modo per scaricare un conflitto emotivo non altrimenti esprimibile), l'asma bronchiale, ossia una malattia respiratoria caratterizzata da crisi respiratorie con broncospasmo, edema, sibili e affanno. Infine ci sono i disturbi cardiocircolatori: si è infatti più volte rilevato che il tasso di disturbi cardiaci è più frequente tra le persone che svolgono lavori stressanti e che vivono in grandi centri urbani.

Cefalea ed emicrania
Spesso si utilizzano i termini cefalea ed emicrania per indicare genericamente il "mal di testa". Questa, in effetti, è la definizione di cefalea mentre per emicrania si intende un tipo di cefalea che colpisce una sola parte del capo (dal greco hemi-mezzo e kranion-cranio). La cefalea è un disturbo che può essere causato da molteplici fattori. Tra le affezioni organiche le cause vengono riconosciute nei tumori, ematomi, ipertensione e disfunzioni gastrointestinali. Altri fattori riconosciuti sono quelli psicologici. In questi casi si parla di cefalee funzionali o psicosomatiche.
  • emicrania con aura
  • emicrania senza aura
  • cefalea a grappolo
  • cefalea tensiva
  • cefalea epatobiliare.


La maggior parte delle cefalee è legata a abitudini di vita quali il fumo, il consumo di cibi pesanti e in grandi quantità (in particolare formaggi, cioccolato e insaccati) e il consumo di alcolici. La forma che si ritiene essere maggiormente legata a fattori psicologici e stressanti è la cefalea tensiva, un tipo di cefalea che colpisce per lo più le donne (75 per cento dei casi) e che risulta molto comune tra la popolazione che lamenta il "mal di testa" (tra il 30 per cento e il 50 per cento dei casi).

Anche i bambini possono soffrire di emicranie e cefalee. Le emicranie si presentano improvvisamente con un forte pallore, accompagnate da altri sintomi fisici quali nausea e vomito che normalmente tende a placare l'accesso. Le emicranie di questo tipo compaiono molto spesso nei casi di un eccessivo investimento nella scuola. Le cefalee si distinguono dall'emicrania in quanto meno improvvise. Similmente a questa, invece, si presentano in bambini con un forte investimento scolastico. La cefalea può essere interpretata come il risultato tra la paura e l'angoscia che scaturiscono da certe situazioni (come un'interrogazione, un compito in classe, un'attività sportiva) e il desiderio di affermarsi. È inoltre frequente che tra i bambini affetti da cefalea, molti provengano da famiglie conflittuali in situazioni di separazione o divorzio.

Disturbi dermatologici
La pelle ha funzioni di protezione, sensoriali, escretorie e di espressione emotiva. Le emozioni sono percepibili "a pelle". Manifestazioni tipiche sono le variazioni della sudorazione come l'iperidrosi (un eccessiva sudorazione a livello di ascelle, mani e piedi) e l'ircismo (odore sgradevole causato da un'eccessiva sudorazione), ma anche delle "colorazioni" del volto (chi non ha mai usato espressioni come "è impallidito per lo spavento" o "è diventato rosso per la vergogna"?) e l'orripilazione (raddrizzamento dei peli in seguito a freddo o paura).

Sono stati descritti quattro quadri sintomatici che possono manifestarsi tramite le pelle:
  • per difendersi da impulsi repressi la pelle può essere usata come una "corazza" così come i muscoli contratti, e provocare una dermatosi
  • la pelle è una zona erogena, ma se viene repressa la sua stimolazione possono esserci delle alterazioni cutanee, dovute alle tendenze contrastanti che mirano da una parte ad utilizzarla come zona erogena e dall'altra a reprimere questa tendenza
  • la pelle è la parte più visibile dell'organismo e può essere terreno di conflitti esibizionistici tra il desiderio di mostrarsi che si scontra con la paura e la vergogna
  • l'angoscia può manifestarsi attraverso la pelle con delle reazioni dei vasi mediate dal sistema simpatico (un cambiamento del diametro dei vasi sanguigni).


Tra i disturbi dermatologici più frequenti legati a fattori psicologici ritroviamo:
  • l'orticaria: quando non è provocata di stimoli fisici (come sostanze alimentari) sembra essere un modo per scaricare un conflitto emotivo non altrimenti esprimibile
  • il prurito: quando non è giustificato da cause organiche sembra essere uno spostamento sulla pelle di gratificazione e aggressività espressa sotto forma di masochismo
  • la dermatite autoprovocata: è causata inconsapevolmente dal soggetto durante momenti di concentrazione o di sonno. Viene interpretata come conseguenza di sentimenti aggressivi nei confronti di persone significative per il soggetto.


I bambini presentano disturbi tipicamente infantili (come l'eczema del neonato) e altri che colpiscono anche gli adulti (come l'alopecia). L'eczema del neonato è un disturbo che si manifesta solitamente nei primi tre mesi di vita e si manifesta con delle lesioni sotto forma di croste e secrezioni accompagnate da un prurito intenso. Colpisce le guance e il collo ma può estendersi a tutto il corpo. Spesso l'eczema guarisce durante il secondo anno di vita, momento in cui i bambini con l'acquisizione del cammino acquisiscono anche una certa indipendenza. Altre volte l'eczema può essere seguito dall'asma bronchiale. I bambini più grandi che presentano eczema presentano caratteristiche di sensibilità, sottomissione e notevole ansia. Nelle loro madri è in genere presente un'oscillazione tra ostilità e iperprotettività.

L'alopecia consiste nella perdita di peli e/o capelli in aree dove questi sono solitamente presenti. L'alopecia si associa sia nel bambino che nell'adulto a delle perdite reali o simboliche (per esempio, bambini abbandonati, che hanno perso un genitore). In assenza di cause organiche viene spesso associata a disturbi nevrotici legati ad un'intensa angoscia inespressa.

Asma bronchiale
L'asma è una malattia respiratoria, caratterizzata da crisi respiratorie con broncospasmo, edema, sibili e affanno. Le sensazioni avvertite dal soggetto possono essere molto angoscianti come soffocamento e costrizione. Probabilmente i fattori che scatenano le crisi sono molteplici. Tra questi quelli riconosciuti sono di natura infettiva, allergica ed emozionale. Un allergene (come la polvere o il pelo del gatto) può provocare la scarica di istamine (sostanze che vengono liberate nelle reazioni allergiche) che provoca una broncocostrizione e i sintomi caratteristici delle crisi asmatiche, ma è anche possibile che le crisi si presentino in assenza di allergeni o anche che in presenza di allergeni persone che hanno seguito una psicoterapia possano non presentare la crisi.

L'asma è un disturbo che si presenta spesso nella prima infanzia (intorno ai tre anni). La pubertà risulta un crocevia importante. È infatti a questa età che scompaiono molte forme asmatiche laddove altre perdurano in età adulta. Esiste una forma d'asma, nota anche come bronchite asmatiforme, che colpisce i neonati durante il secondo semestre di vita e scompare in genere intorno ai 2-3 anni. I neonati affetti da questa forma di disturbo colpiscono l'osservatore in quanto sembrano non manifestare alcun disagio relativo alle loro difficoltà respiratorie, ma anzi rimangono allegri e giocosi. Questi bambini mostrano anche quella che si può definire come un'eccessiva familiarità, in quanto non mostrano l'angoscia normale nei confronti degli estranei. Spesso questo disturbo si osserva in contesti in cui il bambino è affidato a tante persone diverse (come diverse baby-sitter).

Il bambino asmatico più grande (dai tre anni in su) spesso si caratterizza come bambino buono, calmo e anche ansioso. L'asma è frequentemente legata ad un grande investimento scolastico. In altri casi i bambini, al contrario risultano aggressivi e provocatori. Spesso l'asma presenta come vantaggio secondario quello di attirare l'interesse dei genitori e diventa una via di comunicazione del disagio, analoga al pianto dei bambini più piccoli. È stato, infatti, osservato da diversi ricercatori che i bambini asmatici piangono meno dei loro coetanei non affetti da asma.

Disturbi cardiocircolatori
I primi esperimenti volti a determinare la relazione tra stress e problemi cardiaci hanno coinvolto gli animali. Tra questi risulta particolarmente interessante uno studio in cui dei topi furono prima allevati in isolamento e poi posti in una gabbia insieme a degli altri. I risultati misero in evidenza un preoccupante aumento della pressione nei topi allevati in isolamento che non era rilevabile in quelli allevati in condizioni normali che erano abituati alla socialità.

Negli esseri umani più volte si è rilevato che il tasso di disturbi cardiaci è più frequente tra le persone che svolgono lavori stressanti e che vivono in grandi centri urbani. In realtà, però, ciò che sembra incidere maggiormente non è tanto il tipo da lavoro, ma come questo viene vissuto, il modo soggettivo di vivere e fronteggiare lo stress.

Tra i primi studi che hanno evidenziato una relazione tra caratteristiche di personalità e rischio per la salute troviamo il lavoro di Friedman e Rosenman del 1974. Gli autori individuarono due tipi di personalità: A e B. Friedman descrive in questo modo la personalità A: "La personalità di tipo A vive nel perpetuo tentativo di strappare all'ambiente entro breve tempo benefici scarsamente definibili, anche a costo di provocare lo scontro con ostacoli di varia natura, siano questi cose o persone". Questi scontri possono presentare tre aspetti: tensione competitiva verso il successo, esagerata frenesia, ostilità e aggressività. Tutte queste caratteristiche non caratterizzavano le personalità di tipo B. Per individuare le personalità di tipo A i ricercatori chiesero ai soggetti se mangiavano troppo in fretta o venivano giudicati dagli altri come guidatori competitivi e imprudenti nonché lavoratori con ritmi eccessivi. Inoltre a livello non verbale i "tipi A" mostravano spesso competitività e polemicità. Queste caratteristiche furono osservate anche negli studenti di college. I tipi B sembravano preferire le attività sociali e ricreative mentre i tipi A erano più centrati sui traguardi accademici e avevano obiettivi più elevati. Nello svolgimento di compiti i tipi A tendono ad essere veloci e a seguire meno le istruzioni impartite; lottano per avere il controllo delle situazioni e si irritano in caso di interruzione. Sono individui che ammettono poco la fatica, si confrontano spesso con gli altri, e la presenza di altre persone li spinge ad aumentare gli sforzi per riuscire. A livello degli indicatori fisiologici i tipi A presentano in relazione ad un compito un aumento della pressione e della frequenza cardiaca, in maniera proporzionale all'importanza del compito. Sembra che queste persone si caratterizzino per un'iperattività del sistema nervoso simpatico. Studi longitudinali hanno evidenziato una frequenza doppia di disturbi cardiocircolatori nei tipi A rispetto ai tipi B.

Spesso quando si riesce ad individuare la causa di un problema (o una delle cause) uno degli obiettivi è quello di ideare una strategia preventiva. La stessa idea venne anche a chi individuò nella personalità di tipo A un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi cardiocircolatori. I primi tentativi di cercare di modificare gli stili di vita di queste persone non andarono a buon fine. Perché? In effetti non sembra difficile dare una risposta. Spesso le personalità di tipo A hanno maggior successo nel mondo del lavoro, occupano posizioni più importanti rispetto ai tipi B. La continua richiesta di prestazioni al di sopra delle possibilità può portare queste persone ad eccellere e probabilmente senza un cambiamento a livello delle organizzazioni lavorative, provare a modificare uno stile di vita vincente risulterebbe solo un'altra fonte di stress.

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Le strategie terapeutiche

Lo stress determina delle complesse reazioni somatiche che possono portare ad una modificazione del substrato biologico (cioè dei cambiamenti come quelli a livello ormonale) dell'organismo, modificazione che risulta essere una potenziale causa di malattie. La risposta allo stress è una risposta fondamentale da parte dell'organismo, è un modo di rispondere agli stressor in modo adattativo e difensivo e la sua assenza potrebbe avere effetti letali.

Un elemento che risulta decisivo è la persistenza dell'attivazione fisiologica.

Essa dipende:
  • dalle caratteristiche dello stressor (durata, intensità)
  • dai meccanismi di difesa adottati dall'individuo (caratteristiche della personalità, esperienze passate, stile di risposta emozionale)
  • da parametri biologici determinati geneticamente.


Nei casi in cui gli stimoli non risultino persistenti la reazione tenderà ad estinguersi, laddove l'attivazione verrà mantenuta nei casi di stimolazione emozionale cronica. La persistenza dell'attivazione ci informa sull'intensità e la durata delle modificazioni del substrato biologico. Proprio il concetto di reversibilità delle modificazioni biologiche indotte dallo stress assume un'estrema rilevanza dal punto di vista preventivo e terapeutico, poiché condiziona la scelta delle terapie e delle tecniche di intervento.

Gli interventi sono di due tipi:
  • mirati agli stimoli
  • mirati alla risposta.


Gli interventi mirati agli stimoli sono quelli che tendono, una volta individuati gli stressor, a modificarli. Ad esempio se lo stressor è un'eccessiva mole di lavoro, un intervento potrebbe consistere nel ridurre l'orario di lavoro o nel prendersi una vacanza. Le cose non sono però sempre così semplici. Intervenire risulta più complicato quando lo stressor è interno all'individuo (come nel caso di un conflitto) o quando un avvenimento apparentemente irrilevante è capace di scatenare in una persona una reazione abnorme che non sembra essere giustificata dalla stimolo, ma più probabilmente dalla sua storia personale.

Le terapie che agiscono sul conflitto, sul problema e sulla crisi rientrano quindi a pieno titolo tra gli interventi mirati agli stimoli; esse hanno il vantaggio di essere in qualche modo eziologiche (mirano cioè ad affrontare il problema a partire dalla causa che lo ha scatenato), in quanto agiscono sulla presunta causa del problema, ma il loro difetto è di essere spesso di lunga durata.

La psicoanalisi, le terapie psicoanalitiche brevi, quelle cognitive e cognitivo-comportamentali sono tutti esempi di interventi centrati sullo stimolo emozionale. Non sempre, però, è possibile agire sullo stimolo e le psicoterapie, per quanto possano essere considerate la terapia d'elezione, presentano dei problemi. Esse possono essere antieconomiche o difficilmente realizzabili (pensiamo ad un lavoratore turnista). In questi casi si preferisce ricorrere agli interventi mirati alla reazione emozionale a livello fisiologico e psicologico-comportamentale.


Le terapie farmacologiche
I farmaci agiscono direttamente sullo stato emozionale alterato che sostiene il disturbo somatico.
Se la risposta dell'organismo è inadeguata (eccessiva o insufficiente), allora è possibile utilizzare sostanze che correggano la quantità e l'attività dei mediatori biochimici che sostengono la risposta da stress.
Tra le sostanze che vengono spesso utilizzate dalle persone per far fronte allo stress troviamo gli stimolanti che vengono impiegati quando le energie dell'organismo sono insufficienti. Il largo uso di sostanze contenenti caffeina e nicotina può dare un'idea di quanto le persone cerchino di far fronte a situazioni stressanti con degli "aiuti".

Tra i farmaci vengono spesso utilizzati gli antidepressivi. Gli ansiolitici sono usati allo scopo di controllare le manifestazioni psicologiche e fisiologiche dell'ansia (compresi i disturbi del sonno); se ne distinguono due classi:
  • gli ipnotico-sedativi, ad azione sedativa, miorilassante ed anticonvulsivante
  • i sedativi vegetativi, che agiscono sul sistema nervoso autonomo provocando aumento del tono muscolare e abbassamento della soglia convulsivante (possono aumentare le possibilità di avere come effetto secondario delle manifestazioni convulsive)
  • gli oppiacei mimano l'azione delle endorfine (che esplicano un'attività analgesica in situazioni di stress prolungato), dando luogo a euforia e analgesia (anche queste sostanze danno luogo a gravi fenomeni di intossicazione ed assuefazione).


Tra le tecniche non farmacologiche stanno sempre più prendendo piede quelle basate sul controllo volontario delle risposte emozionali e fisiche.

Il rilassamento
È una tecnica diretta sullo stato emozionale alterato (reazione di allarme) che è alla base del disturbo somatico; ha il vantaggio di essere una terapia attiva, in quanto il paziente viene coinvolto direttamente nel controllo del proprio stato disfunzionale; inoltre è relativamente breve, e può permettere al paziente di ridurre i suoi stati d'ansia gestendo così le variabili fisiologiche ad essi correlate.

Il controllo volontario
Il controllo volontario della funzione alterata si riferisce invece ad un principio differente, ovvero alla possibilità che il paziente gestisca certe funzioni vegetative che normalmente si pensa non possano essere soggette al controllo volontario; il procedimento in questione è il biofeedback (controllo in retroazione delle variabili biologiche), e permette di gestire sia funzioni semplici, direttamente, sia attività complesse, indirettamente, attraverso la riduzione degli stati d'ansia. La tecnica consiste, essenzialmente, nel rilevamento della funzione alterata attraverso trasduttori elettrici (dei dispositivi capaci di trasformare l'energia), nell'amplificazione del segnale così ottenuto e nella sua ritrasmissione al soggetto attraverso un segnale acustico o visivo. Il soggetto viene poi invitato a cercare di modificare il parametro in questione e, per ogni successo ottenuto, riceve una ricompensa (che può anche essere rappresentata dalla riuscita stessa, alla quale il paziente associa un valore terapeutico).

In conclusione sembra che la formulazione del concetto di stress, nei suoi aspetti psicologici e fisiologici, l'analisi sistematica delle sue determinanti endogene ed esogene, i progressi nello studio della psicofisiologia delle emozioni e la dimostrazione delle possibilità di apprendimento e controllo volontario delle reazioni viscerali stiano aprendo sempre più la strada al tentativo di giungere ad un controllo del proprio corpo tale da impedire lo sviluppo dei precursori della malattia, o una remissione dei sintomi patologici.

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